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Complesso di Celsorizzo: Torre difensiva (Sec. XIV), Torre Colombaia (Sec. XVI) e masseria

  • 30 nov 2020
  • Tempo di lettura: 10 min

Aggiornamento: 21 giu



Indice


Il Casale

Nel fertile avvallamento compreso tra la Serra di Pozzomauro e gli abitati di Acquarica del Capo e Presicce si estendeva il ricco feudo di Celsorizzo, un nome che nei documenti d'epoca compare in molte forme diverse: Cicinitzi nel 1291, Ciciniti nel 1294, Cicinitzo nel 1308, Cicinitio nel 1313, Ciccinicium nel 1490, Cicinizio o Cirico nel 1559, fino a Celsorizzo e Sciosciano seu Errico nel 1808.

Secondo alcuni le sue origini risalirebbero al IX-X secolo, quando i monaci Basiliani si insediarono nella zona e scavarono, in una grotta vicina alla torre, una cripta poi trasformata in frantoio ipogeo, proprio come accadde anche nella grotta presso la Chiesa della Madonna dei Panetti, polo religioso originario del villaggio.

Fu Giovanni da Ogento Senior, che deteneva Cicinizio fin dal 1269, a far edificare nel 1283 un'altra chiesa, dedicata a San Nicola di Myra, che ancora oggi conserva un prezioso ciclo pittorico la cui precisa datazione, rilevata dagli insigni studiosi André Jacob (Université Catholique de Louvain, 1933-2019) e Michel Berger (Pontificio Istituto Orientale di Roma), su segnalazione di Mons. Prof. Salvatore Palese nel 1985, risulta di fondamentale importanza per la storia dell'arte dell'intera Provincia. Nella parte della chiesa dove è raffigurato Sant'Ippolito compaiono inoltre, incisi a graffito, diversi fiori a sei petali: un motivo geometrico di antica tradizione, diffuso in diverse culture e contesti religiosi medievali, che la cultura popolare associa talvolta ai Templari, sebbene senza riscontri storici ufficiali.

Cartografia dei feudi di Celsorizzo, Errico, Acquarica, Cardigliano
Cartografia dei feudi di Celsorizzo, Errico, Acquarica, Cardigliano

Le vicende del casale si intrecciano presto con quelle della grande nobiltà del Regno.

Giovanni de Ogento era infatti vassallo dei d'Aquino, Conti di Acerra, che detenevano la baronia di Ugento e i relativi feudi in Terra d'Otranto. Nel 1291 fu privato del possesso di Cicinitzi, assegnato nello stesso anno a Tommaso Spinello, un passaggio di proprietà avvenuto in un momento critico per la casata d'Aquino: Adenolfo, successore di Tommaso d'Aquino come conte di Acerra, era stato infatti spodestato e dichiarato decaduto dai suoi feudi con l'accusa di fellonia, culminata nella condanna del 1290. Fu in questo contesto che il figlio Giovanni de Ogento Junior si rivolse alla Regia Corte per riavere il feudo, ottenendo nel 1294 non solo Cicinitzi, ma anche altri beni nel territorio di Ugento.

Un tempo nettamente distinto dall’insediamento di Acquarica, il villaggio confinava con i casali di Gratigliano (o Cardigliano) e Pompignano, e raggiunse il suo massimo sviluppo tra il XIII e il XIV secolo. Faceva parte dell’antichissima baronia di Ugento, che comprendeva tra i casali maggiori Gemini, Pompignano e Ortenzano (situato nei pressi dell’attuale Taurisano), ed era ricompreso nell’omonima diocesi, di lingua greca.

Costituisce una delle massime espressioni della tipologia del casale turrito che nel corso del XVI secolo si trasformerà in masseria fortificata, con l’edificio-torre che s’innalza maestoso per controllare il territorio circostante.

Soltanto il centro di Acquarica è sopravvissuto alla fine del medioevo, mentre Pompignano e Cardigliano possono essere annoverati fra le decine di villaggi abbandonati intorno al ‘400, quando le riorganizzazioni fondiarie seguite alla peste bubbonica e alle crisi agrarie del '300 ne fecero confluire gli abitanti verso Acquarica. Nel 1429, infatti, il Casale di Celsorizzo rimase disabitato.

Secondo un'altra ipotesi, sarebbe stata la famiglia Guarino a edificare la torre, a partire dal 1447, anno in cui Agostino Guarino divenne signore di Acquarica «juxta territorium Casalis Cicivitii, et juxta territorium Casalis Gratilliani». Nel 1491 Ferdinando I vendette il feudo a Robertuccio de Judicibus da Lecce; nel Conto del Percettore di Terra d'Otranto del 1523-1524 Celsorizzo è indicato ancora come «villaggio greco», ma già nel 1536 il complesso, ridotto a semplice feudo, passò a Claudio Lubello — di cui rimane una scritta autografa del 1535 nella cappellina della torre — che infine lo cedette alla famiglia Guarino.

La ricca e antica storia di Celsorizzo offre oggi un percorso turistico-culturale suggestivo e, per certi aspetti, unico: i recenti lavori di restauro hanno infatti portato alla luce, attraverso scavi archeologici, numerose ceramiche medievali del XIV e XV secolo, ancora in fase di studio, che raccontano il fiorente passato del casale.


La torre difensiva (Sec. XIV) e la cappella di San Nicola (Sec. XIII)

Torre difensiva di Celsorizzo
Torre difensiva di Celsorizzo

Nel corso del tardo XIV secolo fu costruita la svettante torre di avvistamento, che inglobò nel suo piano inferiore la preesistente chiesa di San Nicola. Nel 1711, Mons. Tommaso De Rossi, durante la sua visita pastorale, le definisce "Turres Celsas", termine che ne sottolinea l'aspetto guerresco, precisando che furono costruite per difendersi dalle incursioni dei Mori: "poco distante da qui [Acquarica] in un luogo che oggi viene chiamato Celsius Rivius ... pagum abitatum centum retro annis" (cit. S. Marino). Questa stessa annotazione ci dice che il villaggio era ancora abitato almeno fino al 1611, ai tempi di Fabrizio Guarino Junior, signore di Celsorizzo dal 1605.

Sebbene non risultino confronti per questo tipo di fortificazione in Puglia, ci sono esempi di chiese medievali inglobate da torri: è il caso della Torre Alemanna a Cerignola e del villaggio di Segine, oggi rinominato Acaya, in territorio di Vernole.

La torre è unica del suo genere nel Salento. Alta circa 25 metri inclusa la torretta, con muri spessi fino a 2 metri come quello rivolto a ovest, si sviluppa su quattro piani:

  • quello inferiore, con base a forma scarpata, ha inglobato l'antica chiesa di San Nicola, che secondo gli studiosi Proff. André Jacob e Michel Berger "va senz'altro annoverata tra i più insigni monumenti bizantini di Terra d'Otranto per il suo notevole ciclo di affreschi, uno dei pochi [...] ad essere datato con precisione (aprile 1283)", "un punto di riferimento cronologico indiscutibile per lo studio dell’arte del Duecento in Terra d’Otranto".

  • Il primo piano, originariamente raggiungibile attraverso una scala in legno (secondo alcuni tramite un ponte levatoio, le cui tracce sarebbero rinvenibili in una feritoia per il relativo tirante di sostegno), doveva rappresentare la parte pubblica, con una sala al cui interno sono collocate tre grandi vasche in muratura probabilmente usate come deposito di derrate o strumenti;

  • il secondo piano era verosimilmente destinato agli appartamenti privati;

  • l’ultimo piano, corrispondente anche al tetto, ospitava la torre di vedetta, ed è dotato di un parapetto aggettante con caditoie, più numerose a settentrione, sorretto da mensole modanate e destinato a permettere la difesa piombante del fortilizio: lo stesso piano presenta 22 piccole feritoie adatte ad archibugi o armi da fuoco portatili, forse frutto di un adattamento successivo. Questo tipo di difesa è caratteristico delle fortificazioni realizzate prima del diffondersi dell'artiglieria, sebbene continui a comparire anche dopo il XV secolo, ormai come elemento essenzialmente decorativo.

La difesa era verosimilmente completata da un fossato. L'altezza della torre unita, alla sua posizione sul punto più elevato della vallata, ne chiarisce l'importanza strategica come punto di osservazione verso Cardigliano a nord, Specchia a est, Pompignano a ovest e Montesardo a sud.

La torre colombaia (Sec. XVI)

Torre colombaia di Celsorizzo
Torre colombaia di Celsorizzo

Nel 1545 il Barone di Acquarica Fabrizio Guarino Senior, acquistò il feudo di Cicinitio da Claudio Lubello, Barone di Sanarica, per 3500 ducati, e nel 1550 fece costruire la bellissima torre colombaia per dedicarsi all'arte venatoria, essendo anche esperto di falconeria.

Infatti, sulla struttura, situata a circa 30 metri a nord della torre, oltre allo stemma, appare l'iscrizione:

"FABRICIUS GUARINUS COLUMBARIUM HOC FRUCTUS AUCUPANDIQUE CAUSSA CONSTRUXIT SIBI SUIS AMICISQUE ANNO D.N.I. MDL"

(tradotto: "Fabrizio Guarino fece costruire questo colombario per sé e per i suoi amici per (ottenerne) il frutto e per l'uccellagione, nell'anno del Signore 1550").

Fu in quest'ottica che tentò anche di ripopolare il vecchio casale di Cicinitio, a quel tempo già degradato a semplice feudo: il tentativo, tuttavia, andò a vuoto per la scarsezza di acque sorgive, ben più abbondanti invece nella vicina Acquarica.

La colombaia è di forma cilindrica — diametro interno di circa 7 metri, altezza di circa 10,8 metri, superficie di 39,44 mq, cubatura di 427,04 mc — divisa esternamente in due livelli da un cordolo a superficie piatta, coronato da eleganti e delicati archetti pensili in rilievo.

Un altro cordone marcapiano cinge la torre a circa 72 cm da terra; oltre a ingentilirne lo slancio, aveva probabilmente la funzione di ostacolo per rettili e roditori. È a questa altezza che si apre l'accesso all'interno della colombaia (80 x 126 cm), caratterizzato da 1748 celle per i colombi — che, ospitando di norma una coppia ciascuna, porterebbero la capacità complessiva a circa 3.500 esemplari — raggiungibili tramite scalette con gradini in pietra sporgenti dalle fiancate. Al centro si trovava infine una vasca, probabilmente destinata a raccogliere l'acqua necessaria ai piccioni.

La masseria (Sec. XVII e XIX)

La torre di Celsorizzo è spesso erroneamente identificata come masseria fortificata: in realtà la struttura aveva originariamente funzione difensiva ed era circondata da case, chiese e cimiteri, orti, campi e strade che conducevano agli insediamenti circostanti.

Solo dopo il medioevo, nel corso dei secoli, vi si aggiunsero altri corpi di fabbrica — stalle, fienili, ovili e una pressa olearia, ospitata in una grotta adiacente alla torre — che la trasformarono progressivamente da dimora feudale a struttura agricola.

Nel Catasto Onciario di Presicce del 1745 la masseria è riportata tra i beni di Benedetto Ardito, ed è così descritta: "Comprensorio di curti, seu massaria, con casa lamiata, torre sopra, commoda per abitare il Massaro e commodo per li bestiami bovini e pecorini, casa di paglia, due cisterne d’acqua per abbeverare il bestiame, ajra per triturar grano con giardinetto attaccato per rimetter le spighe, in feudo inabitato di Celsorizzo".

Nel 1807, come ricorda l'incisione sull'architrave del portale di accesso, vi furono aggiunte alcune capanne ad uso di stalle, fienile ed ovili, addossate al muro di cinta e abitate fino alla fine degli anni '70 del XX secolo, periodo in cui vi veniva coltivato anche il tabacco.

La masseria fu anche luogo di rifugio: lo storico Carmelo Sigliuzzo racconta che dopo il 1860 un "soldato borbonico, Luigi Tonti, giunto a Presicce ed informato delle intenzioni delle guardie nazionali, si rifugiò nella Masseria di Celsorizzo, in agro di Acquarica del Capo, ove restò tre mesi prima che si calmassero gli animi".

Il complesso è stato di proprietà della famiglia Arditi fino a pochi decenni fa, quando con deliberazione n. 3 del 26 gennaio 2004 il Consiglio Comunale di Acquarica del Capo ne approvò il preliminare di acquisto.


I ritrovamenti archeologici: il più antico contesto medievale del Salento legato all’uso delle spezie e delle erbe mediche

Nel 2020, durante i lavori di restauro del complesso, sono stati portati alla luce numerose ceramiche medievali, ta cui forme di spezieria e farmacia: secondo l’Archeologo Alessandro Rizzo, quello di Celsorizzo risulterebbe il più antico contesto medievale del Salento legato all’uso delle spezie e delle erbe mediche.

Ne offre un racconto vivido lo speciale «Celsorizzo tra sorprese e stupore» di Giancarlo Colella e Salvatore Marino, pubblicato su «La Voce» (Anno 2, n. 1, marzo 2021):

"Un’antica leggenda popolare raccontava di un antico tesoro nascosto a Celsorizzo e aveva scatenato nel tempo la curiosità devastante dei tombaroli della zona che, dopo aver visitato ogni angolo dei locali del complesso edilizio, avevano finito col rivangare più volte di notte il terreno circostante, ma sempre con esito deludente. Questa volta però il tesoro è venuto allo scoperto. Ma non si tratta di monete d’oro come voleva la fantasia dell’antica leggenda popolare, ma di una serie ricchissima di reperti archeologici di estremo valore. A portarlo alla luce sono stati gli operai della Edilcostruzioni della ditta del Geom. Giuseppe Maggio che sta realizzando i lavori di recupero di Celsorizzo (…). «Durante il lavoro di smantellamento di un pavimento in lastricato di cemento, ha dichiarato il direttore dei lavori, Ingegner Giorgio De Vitis, ci siamo trovati di fronte ad alcune cavità a forma di campana (all’origine probabili depositi di grano) che sono risultate piene di reperti archeologici di interesse eccezionale». A confermare il valore del ritrovamento è stato l’Acheologo Alessando Rizzo che, a seguito degli scavi effettuati, ha trasmesso alla Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio di Lecce una dettagliata relazione con relativa «proposta di progetto per lo studio e la musealizzazione di un contesto tardo medievale della masseria fortificata di Celsorizzo». (….) «Il complesso di reperti rinvenuti, ha dichiarato l’archeologo, comprende un numero sorprendente di vasi ceramici integri nonché completamente ricostruibili. Non manca il vasellame vitreo che di solito risulta scarsamente attestato, ma ciò che più colpisce è la qualità delle forme e delle decorazioni di tutto l’insieme ceramico. Da una veloce disamina del materiale ancora sporco del terreno di scavo, infatti, è possibile realizzare da subito di essere al cospetto di un repertorio di forme assolutamente straordinario, ovvero completamente inedito per il Salento. Le decorazioni raggiungono un alto livello artistico e compositivo e non mancano grafiche raffiguranti scudi araldici, ovvero simboli originali appositamente ideati per contrassegnare servizi da mensa di dotazione personale o familiare. Si nota in particolar modo la presenza di forme da spezieria e farmacia. Quello che emerge al primo sguardo è un insieme di dati archeologici estremamente eloquenti i quali, correttamente analizzati ed inseriti nel contesto storico ed archeologico di rinvenimento, promettono di raccontare numerose ed avvincenti storie riguardanti questo importantissimo, quanto pressoché sconosciuto, sito del basso Salento».

Secondo il Dott. Alessandro Rizzo «i ritrovamenti sono molto importanti, sia storicamente che qualitativamente parlando» (…). L’archeologo che ha maneggiato per primo le suppellettili, ivi ritrovate, dichiara che si tratta di manufatti che attestano la presenza della cultura angioina ai piedi della torre di Celsorizzo".


Fonti

  • Aar Ermanno, "Gli studi storici in Terra d'Otranto - Frammenti estratti in gran parte dall'Archivio Storico Italiano (Serie IV) a cura e spese di Lui Giuseppe De Simone". Tip. Galileiana di M. Cellini, Firenze, 1888;

  • AA.VV., Istituto Comprensivo Statale Acquarica del Capo, "Acquarica del Capo - percorsi nel territorio e nella memoria", Editrice PrintLeader, 2001;

  • Arthur Paul, "Verso un modellamento del paesaggio rurale dopo il Mille nella Puglia meridionale", in "Archeologia Medievale" n. 37, 2010;

  • Berger Michel e Jacob André, «Un nouveau monument byzantin de Terre d'Otrante. La chapelle saint-Nicolas de Celsorizzo, près d'Acquarica del Capo, et ses fresques, (an. 1283)» in «Rivista di Studi Bizantini e Neoellenici» n.s., 27, 1990;

  • Bortone G., Cazzato C., Costantini A.,

    • "Schede insediamenti e elementi rurali", Elaborato I, Associazione dei Comuni di Acquarica del Capo e Presicce, 2018;

    • "Schede degli elementi di valenza documentale e monumentale - Acquarica del Capo", Elaborato G, Associazione dei Comuni di Acquarica del Capo e Presicce, 2018;

  • Brigante Antonio, "Acquarica del Capo in Cammino - Linee storiche dalle origini all'Unità", 2004, Gino Bleve Editore;

  • Calò Francesco e Lia Daniele, "Viaggio nel Capo di Leuca", Associazione Salento in Volo, 2014;

  • Colella Giancarlo e Marino Salvatore, "Celsorizzo tra sorprese e stupore" pubblicato su "La Voce" - Anno 2 - n. 1 - Marzo 2021;

  • Costantini Antonio, "Guida del Salento, Congedo, 1997;

  • Jacob André, «I graffiti latini di San Nicola di Celsorizzo ad Acquarica del Capo e la riapertura della chiesa nel Cinquecento» in «Bollettino Diocesano Santa Maria de Finibus Terrae», 2017;

  • Marino Salvatore, "Celsorizzo in Acquarica del Capo, 1999, Grafema;

  • Rossi Gabriele, "Le colombaie del Salento meridionale. Rilievi e documenti", Gangemi, 2015;

  • Francesca Ruppi (a cura di), «I manoscritti di Carmelo Sigliuzzo», Volume 1, Edizioni Grifo, 2010;

  • Treccani, voce «Margherita di Svevia» (Dizionario Biografico degli Italiani) — per la vicenda di Adenolfo d'Aquino, conde di Acerra

  • Bisanzio: La masseria di Celsorizzo (Acquarica del Capo) (wwwbisanzioit.blogspot.com);

  • Fondazione Semeraro - Masseria Celzorizzo (galcapodileuca.it)


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