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Complesso di Celsorizzo: Torre difensiva (Sec. XIV), Torre Colombaia (Sec. XVI) e masseria

Immagine del redattore: Pro Loco Acquarica del CapoPro Loco Acquarica del Capo


Indice


Il Casale

Nel fertile avvallamento compreso tra la Serra di Pozzomauro e gli abitati di Acquarica del Capo e Presicce si estendeva il ricco feudo di Celsorizzo (detto anche: Cicinitzi, 1291; Ciciniti, 1294; Cicinitzo, 1308; Cicinitio, 1313; Ciccinicium, 1490; Cicinizio o Cirico, 1559; Celsorizzo e Sciosciano seu Errico, 1808) secondo alcuni sorto tra il IX e X secolo con l'insediamento dei monaci Basiliani: questi realizzarono una cripta in una grotta vicina alla torre, divenuta poi frantoio ipogeo, al pari di quella collocata nelle vicinanze della Chiesa della Madonna dei Panetti, costituenti il centro religioso originario del villaggio.

Nel 1283 venne edificata un’altra chiesa dedicata a San Nicola di Myra dal feudatario Giovanni da Oggento, all'interno della quale si conserva un prezioso ciclo pittorico e la cui precisa datazione, rilevata dagli insigni studiosi André Jacob e Michel Berger, su segnalazione di Mons. Prof. Salvatore Palese nel 1985, risulta di fondamentale importanza per la storia dell'arte dell'intera Provincia. Inoltre, nella zona dove era raffigurato Sant'Ippolito compaiono, incisi a graffito, diversi fiori a sei petali usualmente considerati segno della presenza dei Templari.

Cartografia dei feudi di Celsorizzo, Errico, Acquarica, Cardigliano
Cartografia dei feudi di Celsorizzo, Errico, Acquarica, Cardigliano

Il villaggio, una volta ben distinto dall’insediamento di Acquarica, confinava con i casali di Gratigliano (Cardigliano) e Pompignano, ed ebbe il suo massimo sviluppo tra il XIII e XIV secolo.

Costituisce una delle massime espressioni della tipologia del casale turrito che, nel corso del XVI secolo, si trasformerà in masseria fortificata, con l’edificio-torre che s’innalza maestoso per controllare il territorio circostante.

Soltanto il centro di Acquarica è sopravvissuto alla fine del medioevo, mentre gli altri due possono essere annoverati fra le decine di villaggi medievali abbandonati intorno al ‘400, con le riorganizzazioni fondiarie, in seguito alla peste bubbonica e crisi agrarie del ‘300, i cui abitanti vennero ad ingrossare la popolazione di Acquarica.

Nel 1429, infatti, il Casale di Celsorizzo rimase disabitato, nel 1491 Ferdinando I lo vendette a Robertuccio de Judicibus da Lecce.

Nel Conto del Percettore di Terra d'Otranto del 1523-1524 veniva indicato come "villaggio greco" e, nel 1536, il complesso, ormai menzionato come semplice feudo, cadde in mano a Claudio Lubello (di cui rimane una scritta autografa del 1535 nella cappellina della torre) che infine lo cedette alla famiglia Guarino.

La ricca ed antica storia di Celsorizzo, documentata ed esaltata dalla monumentalità della torre, dalle chiese di Santa Maria dei Panetti e San Nicola, della Torre colombaia e dei due frantoi ipogei, offre un suggestivo e, per certi aspetti, unico percorso turistico-culturale per il visitatore.

I recenti lavori di restauro del complesso hanno portato alla luce, a seguito di scavi archeologici, numerosi reperti (tra cui ceramiche medievali del XIV e XV secolo ancora in fase di studio) che raccontano del fiorente passato del casale.


La torre difensiva (Sec. XIV) e la cappella di San Nicola (Sec. XIII)

Torre difensiva di Celsorizzo
Torre difensiva di Celsorizzo

Nel corso del tardo XIV secolo fu costruita la svettante torre di avvistamento, per la difesa dalle incursioni turche e algerine, inglobando la chiesa di San Nicola nel suo piano inferiore. Nel 1711, Mons. Tommaso De Rossi, durante la sua visita pastorale, le definisce "Turres Celsas", termine che mette in evidenza l'aspetto guerresco e le caratteristiche difensive, aggiungendo che furono costruite per difendersi dalle incursioni dei Mori: "poco distante da qui [Acquarica] in un luogo che oggi viene chiamato Celsius Rivius ... pagum abitatum centum retro annis" (cit. S. Marino).

Sebbene non risultino confronti per questo tipo di fortificazione in Puglia, ci sono esempi di chiese medievali inglobate da torri (Torre Alemanna a Cerignola, villaggio di Segine, rinominato Acaya, in Vernole).

Secondo un'altra ipotesi la torre sarebbe stata edificato dalla famiglia Guarino, quando, nel 1447, Agostino Guarino divenne signore di Acquarica, juxta territorium Casalis Cicivitii, et juxta territorium Casalis Gratilliani.

La torre è l'unica del suo genere nel Salento, e si sviluppa su ben quattro piani (25 metri di altezza inclusa la torretta), con spessi muri (spesi fino a 2 m come quello a ovest) permettendo un controllo della proprietà sottostante:

  • quello inferiore, con base a forma scarpata, ha inglobato l'antica chiesa di San Nicola, che secondo gli studiosi Proff. André Jacob e Michel Berger "va senz'altro annoverata tra i più insigni monumenti bizantini di Terra d'Otranto per il suo notevole ciclo di affreschi, uno dei pochi [...] ad essere datato con precisione (aprile 1283)", "un punto di riferimento cronologico indiscutibile per lo studio dell’arte del Duecento in Terra d’Otranto".

  • il primo piano, originariamente raggiungibile attraverso una scala in legno (secondo alcuni, da un ponte levatoio, le cui tracce sarebbero rinvenibili in una feritoia da cui passava il relativo tirante di sostegno), doveva rappresentare la parte pubblica, con una sala di rappresentanza.

  • il secondo piano era, verosimilmente, quello adibito agli appartamenti privati,

  • l’ultimo piano, corrispondente anche al tetto, ospitava la torre di vedetta, ed è dotato di un parapetto aggettante con caditoie (più numerose a Settentrione), sorretto da mensole modanate, destinato a permettere la difesa piombante del fortilizio, dotato di 22 piccole feritoie per gli archibugi. Questo tipo di difesa è caratteristico di fortificazioni realizzate prima del diffondersi dell’artiglieria, sebbene continui a comparire dopo il XV secolo, oramai come elemento essenzialmente decorativo.

La difesa del complesso era verosimilmente completata da un fossato.

L'altezza della torre unita, alla sua posizione sul punto più alto della vallata, ne fa comprendere l'importanza strategica di punto di osservazione verso Cardigliano (a Nord), Specchia (a Est), Pompignano (a Ovest) e Montesardo (a Sud).

All'interno vi sono tre grandi vasche in muratura probabilmente usate come deposito di derrate o strumenti.

La torre colombaia (Sec. XVI)

Torre colombaia di Celsorizzo
Torre colombaia di Celsorizzo

Nel 1545, il Barone di Acquarica, Fabrizio Guarino Senior, acquistò il feudo di Cicinitio da Claudio Lubello, Barone di Sanarica per 3500 ducati, e nel 1550 fece costruire la bellissima torre colombaia per dedicarsi all'arte venatoria, essendo anche esperto di falconeria.

Infatti, sulla struttura, situata a circa 30 metri a nord della torre, oltre lo stemma, appare l'iscrizione:

"FABRICIUS GUARINUS COLUMBARIUM HOC FRUCTUS AUCUPANDIQUE CAUSSA CONSTRUXIT SIBI SUIS AMICISQUE ANNO D.N.I. MDL"

(tradotto: "Fabrizio fece costruire questa colombaia per sé e per i suoi amici Anno del Signore 1550").

In quest'ottica tentò di ripopolare il vecchio casale di Cicinitio, a quel tempo degradato a feudo, ma il tentativo andò a vuoto per la scarsezza di acque sorgive presenti invece nella vicina Acquarica.

La colombaia è di forma cilindrica (diametro interno 7 metri circa, altezza 10,8 metri circa, superficie 39,44 mq, cubatura 427,04 mc) divisa esternamente in due livelli divisa esternamente in due livelli da un cordolo a superficie piatta e con eleganti e delicati archetti pensili in rilievo sulla sommità.

Un altro cordone marcapiano cinge la torre a circa 72 cm da terra, il quale, oltre a ingentilirne lo slancio, aveva probabilmente la funzione di ostacolo per rettili e roditori. A questa altezza nasce l’accesso all’interno della colombaia (80 x 126 cm), caratterizzato da 1748 celle per i colombi e dalle scalette coi gradini sporgenti dalle fiancate per accedervi.

Al centro vi era una vasca che probabilmente costituiva un deposito per procurare l'acqua ai piccioni.

La masseria (Sec. XVII e XIX)

La torre di Celsorizzo è spesso erroneamente identificata come masseria fortificata: invero, la struttura aveva originariamente funzione difensiva ed era circondata da case, chiese e cimiteri, orti, campi e strade che conducevano agli insediamenti circostanti.

Solo dopo il medioevo si aggiunsero nel corso dei secoli altri corpi di fabbrica come stalle, fienili, ovili e una pressa olearia (ospitata in una grotta adiacente la torre), trasformandolo da dimora feudale in struttura agricola.

Nel Catasto Onciario di Presicce, del 1745, la masseria è riportata tra i beni di Benedetto Ardito, ed è così descritta:"Comprensorio di curti, seu massaria, con casa lamiata, torre sopra, commoda per abitare il Massaro e commodo per li bestiami bovini e pecorini, casa di paglia, due cisterne d’acqua per abbeverare il bestiame, ajra per triturar grano con giardinetto attaccato per rimetter le spighe, in feudo inabitato di Celsorizzo".

Ad essa furono aggiunti nel 1807, come inciso sull'architrave del portale di accesso, capanne ad uso di stalle, fienile ed ovili, addossate al muro di cinta, abitate fino alla fine degli anni '70 del XX secolo.

La masseria fu anche luogo di rifugio: lo storico Carmelo Sigliuzzo riporta che dopo il 1860 un "soldato borbonico, Luigi Tonti, giunto a Presicce ed informato delle intenzioni delle guardie nazionali, si rifugiò nella Masseria di Celsorizzo, in agro di Acquarica del Capo, ove restò tre mesi prima che si calmassero gli animi".

Celsorizzo è stato di proprietà della famiglia Arditi fino a pochi decenni addietro, quando con deliberazione n. 3 del 26 gennaio 2004 il Consiglio Comunale di Acquarica del Capo, approvò il preliminare di acquisto del complesso.


I ritrovamenti archeologici: il più antico contesto medievale del Salento legato all’uso delle spezie e delle erbe mediche

Nel 2020, durante i lavori di restauro del complesso, sono stati portati alla luce numerose ceramiche medievali, ta cui forme di spezieria e farmacia: secondo l’Archeologo Alessandro Rizzo, quello Celsorizzo risulterebbe il più antico contesto medievale del Salento legato all’uso delle spezie e delle erbe mediche.

Di seguito un estratto dello speciale "Celsorizzo tra sorprese e stupore" di Giancarlo Colella e Salvatore Marino, pubblicato su "La Voce" - Anno 2 - n. 1 - Marzo 2021, che racconta dell'eccezionale ritrovamento:

"Un’antica leggenda popolare raccontava di un antico tesoro nascosto a Celsorizzo e aveva scatenato nel tempo la curiosità devastante dei tombaroli della zona che, dopo aver visitato ogni angolo dei locali del complesso edilizio, avevano finito col rivangare più volte di notte il terreno circostante, ma sempre con esito deludente. Questa volta però il tesoro è venuto allo scoperto. Ma non si tratta di monete d’oro come voleva la fantasia dell’antica leggenda popolare, ma di una serie ricchissima di reperti archeologici di estremo valore. A portarlo alla luce sono stati gli operai della Edilcostruzioni della ditta del Geom. Giuseppe Maggio che sta realizzando i lavori di recupero di Celsorizzo (…). «Durante il lavoro di smantellamento di un pavimento in lastricato di cemento, ha dichiarato il direttore dei lavori, Ingegner Giorgio De Vitis, ci siamo trovati di fronte ad alcune cavità a forma di campana (all’origine probabili depositi di grano) che sono risultate piene di reperti archeologici di interesse eccezionale». A confermare il valore del ritrovamento è stato l’Acheologo Alessando Rizzo che, a seguito degli scavi effettuati, ha trasmesso alla Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio di Lecce una dettagliata relazione con relativa «proposta di progetto per lo studio e la musealizzazione di un contesto tardo medievale della masseria fortificata di Celsorizzo». (….) «Il complesso di reperti rinvenuti, ha dichiarato l’archeologo, comprende un numero sorprendente di vasi ceramici integri nonché completamente ricostruibili. Non manca il vasellame vitreo che di solito risulta scarsamente attestato, ma ciò che più colpisce è la qualità delle forme e delle decorazioni di tutto l’insieme ceramico. Da una veloce disamina del materiale ancora sporco del terreno di scavo, infatti, è possibile realizzare da subito di essere al cospetto di un repertorio di forme assolutamente straordinario, ovvero completamente inedito per il Salento. Le decorazioni raggiungono un alto livello artistico e compositivo e non mancano grafiche raffiguranti scudi araldici, ovvero simboli originali appositamente ideati per contrassegnare servizi da mensa di dotazione personale o familiare. Si nota in particolar modo la presenza di forme da spezieria e farmacia. Quello che emerge al primo sguardo è un insieme di dati archeologici estremamente eloquenti i quali, correttamente analizzati ed inseriti nel contesto storico ed archeologico di rinvenimento, promettono di raccontare numerose ed avvincenti storie riguardanti questo importantissimo, quanto pressoché sconosciuto, sito del basso Salento».

Secondo il Dott. Alessandro Rizzo «i ritrovamenti sono molto importanti, sia storicamente che qualitativamente parlando» (…). L’archeologo che ha maneggiato per primo le suppellettili, ivi ritrovate, dichiara che si tratta di manufatti che attestano la presenza della cultura angioina ai piedi della torre di Celsorizzo".


Fonti

  • Aar Ermanno, "Gli studi storici in Terra d'Otranto - Frammenti estratti in gran parte dall'Archivio Storico Italiano (Serie IV) a cura e spese di Lui Giuseppe De Simone". Tip. Galileiana di M. Cellini, Firenze, 1888;

  • AA.VV., Istituto Comprensivo Statale Acquarica del Capo, "Acquarica del Capo - percorsi nel territorio e nella memoria", Editrice PrintLeader, 2001;

  • Arthur Paul, "Verso un modellamento del paesaggio rurale dopo il Mille nella Puglia meridionale", in "Archeologia Medievale" n. 37, 2010;

  • Berger Michel e Jacob André, «Un nouveau monument byzantin de Terre d'Otrante. La chapelle saint-Nicolas de Celsorizzo, près d'Acquarica del Capo, et ses fresques, (an. 1283)» in «Rivista di Studi Bizantini e Neoellenici» n.s., 27, 1990;

  • Bortone G., Cazzato C., Costantini A.,

    • "Schede insediamenti e elementi rurali", Elaborato I, Associazione dei Comuni di Acquarica del Capo e Presicce, 2018;

    • "Schede degli elementi di valenza documentale e monumentale - Acquarica del Capo", Elaborato G, Associazione dei Comuni di Acquarica del Capo e Presicce, 2018;

  • Brigante Antonio, "Acquarica del Capo in Cammino - Linee storiche dalle origini all'Unità", 2004, Gino Bleve Editore;

  • Calò Francesco e Lia Daniele, "Viaggio nel Capo di Leuca", Associazione Salento in Volo, 2014;

  • Colella Giancarlo e Marino Salvatore, "Celsorizzo tra sorprese e stupore" pubblicato su "La Voce" - Anno 2 - n. 1 - Marzo 2021;

  • Costantini Antonio, "Guida del Salento, Congedo, 1997;

  • Jacob André, «I graffiti latini di San Nicola di Celsorizzo ad Acquarica del Capo e la riapertura della chiesa nel Cinquecento» in «Bollettino Diocesano Santa Maria de Finibus Terrae», 2017;

  • Marino Salvatore, "Celsorizzo in Acquarica del Capo, 1999, Grafema;

  • Rossi Gabriele, "Le colombaie del Salento meridionale. Rilievi e documenti", Gangemi, 2015;

  • Francesca Ruppi (a cura di), «I manoscritti di Carmelo Sigliuzzo», Vol. 1, Edizioni Grifo, 2010;

  • Bisanzio: La masseria di Celsorizzo (Acquarica del Capo) (wwwbisanzioit.blogspot.com);

  • Fondazione Semeraro - Masseria Celzorizzo (galcapodileuca.it)


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