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Il Castello medioevale (Sec. XII e XV)

  • 25 dic 2020
  • Tempo di lettura: 9 min

Aggiornamento: 31 mag

Castello medievale di Acquarica del Capo
Castello Medievale di Acquarica del Capo

Indice


La fortezza dove rivive il genio militare del Principe di Taranto

Il cuore del borgo di Acquarica del Capo è rappresentato dal Castello medievale, il cui nucleo originario — costituito da una cinta muraria rafforzata da un torrione — fu edificato probabilmente nella prima metà del XII secolo dai feudatari normanni Bonsecolo, baroni della Contea di Lecce, per poi passare ai Guarino verso la fine del secolo, cui seguirono vari avvicendamenti feudali.

Nel 1432, alla morte senza eredi del feudatario Lorenzo Drimi (o Indrimi) — cui Supersano, Presicce e Acquarica erano stati a suo tempo donati nel 1407 da Maria D’Enghien, vedova del principe Raimondo Orsini del Balzo, per i servigi resi alla corte — il casale di Acquarica, che contava una trentina di fuochi, tornò sotto il diretto controllo di Giovanni Antonio Orsini del Balzo, principe di Taranto.

Questi avviò immediatamente il potenziamento e la riqualificazione del fortilizio, conducendo i lavori fino al 1445-1446, motivo per cui la parvenza attuale dell'edificio è più rinascimentale che medievale.

Nella nuova forma voluta da Giovanni Antonio Orsini del Balzo, il castello di Acquarica del Capo "non assolveva unicamente a una funzione di mera fortificazione difensiva del feudo, ma rivestiva un ruolo strategico di ben più ampia portata" (Cit. L. Candita). Faceva parte di una strategia più ampia, comune a molte fortificazioni del Principato di Taranto, che prevedeva il controllo del territorio e la vigilanza sui vassalli locali. Il Generale e storico Carmelo Sigliuzzo lo ha definito il «Castello delle meraviglie», evidenziando che «Qui rivive la genialità di Giovanni Antonio Orsini, la più notevole figura di principe nostrano, che nell’arte della guerra e del governo dei suoi soggetti precorse i tempi».

I lavori di rinnovamento, durati circa dieci anni, furono rallentati non solo dall’esigenza di adattare l’antica struttura normanna, ma anche dai conflitti che sconvolsero il Salento durante la “Guerra di Puglia” del 1434, la spedizione punitiva voluta da Giovanna II, regina di Napoli, contro Giovanni Antonio Orsini del Balzo per essersi apertamente schierato con Alfonso d'Aragona e non aver restituito le terre ai Sanseverino, poi degenerata in una vasta campagna di saccheggi che spinse gran parte della Terra d’Otranto a ribellarsi al principe e a  sottomettersi all’esercito angioino e a quello del condottiero Giacomo Caldora.

Il Castello di Acquarica si inseriva in un poderoso progetto di ammodernamento difensivo che il principe stava conducendo su scala territoriale ben più ampia: "assieme alle piazzeforti di Taranto e Lecce, le fortificazioni di Soleto, Fulcignano, Grottaglie, Roca, Carovigno, Oria, Conversano, Acquarica del Capo, Tricase, Pulsano, Francavilla Fontana e Mesagne, erano state sottoposte a restauri o rafforzamenti che ne avevano esaltato le funzioni difensive, pur senza che mai venissero tralasciati gli aspetti propriamente residenziali delle costruzioni castellari, votate a ospitare un apparato principesco che, in uno, doveva sontuosamente manifestare lustro e forza bellica. Nemmeno il violento terremoto notturno che aveva imperversato fra sabato 4 domenica 5 dicembre del 1456, con scosse tra il VI e IX grado della scala Mercalli (..) era stato capace di abbattere le possenti roccaforti orsiniane: ed era soprattutto a quei castelli che mirava Gedik Ahmed Pascià nel reclamare le terre appartenute a Giovanni Antonio del Balzo Orsini." (cit. Vito Bianchi "Otranto 1480", 2018).


Il sistema difensivo ionico e l'architettura del castello

Dopo gli eventi turbolenti della "Guerra di Puglia", il principe di Taranto ritenne necessario rafforzare il controllo sul territorio e mantenere alta la vigilanza sui propri vassalli, per evitare nuove insidie o tradimenti. Tuttavia, secondo lo studioso Luciano Candita, è probabile che la sua principale preoccupazione fosse garantire un sistema di sorveglianza costante lungo la costa, così da prevenire sbarchi improvvisi e incursioni piratesche, in particolare quelle dei saraceni provenienti dall'Ifriqiya hafside (l'odierna Tunisia), che tra il 1400 e il 1445-1450 colpivano con frequenza le coste del Salento, attratte dalle risorse dell'entroterra e dalla disponibilità di acque superficiali, come testimonia l'antico toponimo di «Acquarica delle Lame». Questa funzione di avvistamento accomunava molti dei castelli rimaneggiati dal principe sul versante ionico (come quelli di Fulcignano e Neviano), che insieme formavano un vero e proprio “sistema fortificato ionico”.

La scelta di intervenire sulla struttura già esistente del fortilizio normanno di Acquarica, rispondeva, secondo Candita, probabilmente alla sua posizione strategica ottimale: in base alle stime sulla distanza visibile dall’orizzonte, l’altezza delle torri del Castello avrebbe consentito, nelle giornate limpide, di controllare i punti costieri più vicini, situati a poco più di otto chilometri in linea d’aria, garantendo l'individuazione tempestiva di imbarcazioni ostili e il tempo necessario per organizzare la difesa del territorio. Il sistema difensivo ionico, di cui Acquarica costituiva un tassello importante, rappresentò per decenni il principale baluardo della protezione della penisola salentina.

Sul piano architettonico, il Principe di Taranto trasformò il precedente recinto fortificato di epoca normanna in un fortilizio a forma di quadrilatero con lati di circa 40 metri, dotato di quattro torri cilindriche scarpate con terrapieno agli angoli, collegate da cortine, predisposte per ospitare la colubrina, un cannone a canna lunga, montato su cavalletto per consentire una maggiore precisione di tiro, che stava ridefinendo le strategie d'assedio nel Quattrocento.

I resti della cinta muraria normanna preesistente sono ancora parzilamente individuabili sul lato di via Roma di Località Acquarica. Lo stesso Sigliuzzo rileva che la facciata «in prossimità della torre superstite presenta una specie di saldatura fra due tipi di muratura con fregi di coronamento differenti. Quello attiguo alla torre ripete lo stesso motivo architettonico del caposaldo, mentre il resto della cortina è ad alveare, segno evidente che la torre e il tratto di cortina adiacente sono stati costruiti in epoca successiva dal Principe di Taranto innestando i nuovi elementi alla vecchia cinta fortificata».

La documentazione storica restituisce ulteriori dettagli sull'edificio: nell’informazione fiscale del 1531 — al tempo di Giovan Paolo Guarino — si legge che il casale di Acquarica «tiene certa muraglia o ridotto per i villani in tempo di guerra» di pertinenza del Barone; nella Visita pastorale del 1711 è annotato che «l‘habitato è in forma di castello, costruito nel centro del villaggio, rustico ma ben compatto».

Il Castello era cinto da fossato, la cui esistenza si fa risalire al Quattrocento: un documento del 1688 parla di un «loco detto lo fosso delo castello»; un altro testo del 1733 parla di “castello murato all’intorno e con fosso e baloardi recinto"; infine, la strada alle spalle della fortezza — l'attuale via Giordano Bruno — era ancora chiamata «Strada del fosso», segno che la memoria toponomastica conservava l'impronta dell'antica infrastruttura difensiva, colmata in parte nei secoli successivi.

È probabile che il castello disponesse in origine anche di un secondo accesso, collocato in posizione simmetrica rispetto all’ingresso attuale e affacciato sulla cosiddetta Strada del Fosso. A sostegno di questa ipotesi, Carmelo Sigliuzzo segnala la presenza di un varco murato ancora visibile all’interno, indizio di una configurazione difensiva più articolata di quella oggi percepibile, caratterizzata da due principali direttrici difensive: una rivolta verso la costa, l’altra proiettata verso l’entroterra.

Il torrioncello terrapienato e gli ambienti interni

Cartolina d'epoca del Castello Medievale di Acquarica del Capo
Cartolina d'epoca del Castello Medievale - Collezione Tommaso Coletta

L’attuale torrione angolare superstite si caratterizza per essere uno dei primi e rari esempi conservati di «torrioncello terrapienato», vale a dire uno dei primi tentativi di trasformare la torre in elemento attivo di difesa contro le prime rudimentali armi da fuoco.

In quel periodo le tecniche d'assedio stavano evolvendo rapidamente: si scavavano mine sotterranee per far crollare mura e torri, mentre l'artiglieria diventava sempre più potente e precisa. Riempire il nucleo della torre con terra compattata rendeva l'insieme assai più resistente a entrambe le minacce.

Il Sigliuzzo osserva che «L’opera nella sua struttura esterna sembra un riflesso dello stile federiciano del periodo di transizione, dalla torre pentagonale a quella rotonda, affermatasi durante il periodo angioino, come può riscontrarsi nel Castel Nuovo di Napoli, ed in quelli degli Orsini di Catania e di Maniace in Siracusa».

La torre, costruita con pietrame irregolare, ha un diametro alla base — misurato all'attuale livello stradale, che copre parte dell'antico fossato — di 9 metri, mentre quello della casamatta è di 7 metri. Essa presenta due tori marcapiano ed è coronata da archetti pensili. Il parapetto, leggermente aggettante e sorretto da mensole e beccatelli, è dotato di due ampie feritoie per colubrina. L'altezza visibile è di circa 11 metri, ma tenendo conto della profondità originaria del fossato il Sigliuzzo stima che raggiungesse almeno i 15 metri.

Con riferimento agli ambienti interni, il Sigliuzzo evidenzia un particolare interessante: i saloni superstiti dell’alloggio baronale hanno il tetto a solaio rinforzato da archi per sostenere meglio il peso delle travi, una soluzione di matrice normanna che si protrasse per diversi secoli nelle residenze baronali pugliesi. Lo storico sottolinea anche la particolarità dell’antica sala da pranzo: «La porta di accesso è di stile barocco ad arco spezzato. Nell’interno altre due porte murate, una di stile ogivale e l’altra con arco a tutto sesto decorato con sedici bugne a punta di diamante di rimembranza plateresca. Sembra che alla stessa mensa si siano dato convegno tre stili diversi nel corso di sei secoli».

Al pianterreno si notano le tracce di numerosi rifacimenti succedutisi nel tempo, tra cui la sostituzione del solaio ligneo originario con volta a botte.

Gli avvicendamenti feudali più significativi

Stemma inquartato Aragona - Guarino presente sulla facciata
Stemma binato Aragona - Guarino presente sulla facciata

Con un rogito del notaio Judicata di Taranto del 1447 il castello e il feudo di Acquarica furono ceduti dal Principe di Taranto ad Agostino Guarino.

Nel 1476, Giovanni Pietro Guarino cedette Acquarica "cum Castro seti Fortellitio" (con castello e fortilizio) a Roberto Securo per la ragguardevole somma di 110 once d'oro (equivalenti a circa 660 ducati), per tornare ai Guarino nella persona di Giovanni Maria nel 1504.

Nel 1528 i Guarino persero Acquarica per fellonia, e Ferrante Dell'Escas, «guardiano e secreto della dogana di Cotrone», ottenne il feudo per 1.700 ducati, rivendendolo poi nel 1536 a Fabrizio Guarino Senior per 1.300 ducati.

Nel 1559 passò a Vespasiano Guarino e nel 1587, per ragioni probabilmente di gestione patrimoniale, alla moglie di questi, Silvia Delli Falconi, baronessa di Sant'Elia, salvo poi riacquistarla qualche anno dopo; nel 1594 Fabrizio Guarino «il Giovane» pagò il rilievo per Acquarica, trasferita nel 1605 al figlio Emilio, assieme ai feudi di Celsorizzo ed Alessano. La figlia di Emilio, Laura Guarino, prima duchessa di Alessano, con il consenso del marito Filiberto Ayerbo d'Aragona, vendette il feudo di Acquarica nel 1666 ad Antonio Juan de Centellas per 2.000 ducati, ma con esplicito patto di ricompra esercitabile dopo vent'anni.

Rientrata Acquarica in possesso dei Guarino, ed estinta in essi la linea maschile, passò nel 1744, per successione materna, a Giuseppe Ayerbo d’Aragona principe di Cassano; da ciò deriva l’impropria denominazione di «Castello Aragonese», mentre quella di «Castello Sforzesco» si motiva per il passaggio del baronato, in linea materna, a Maria Riario Sforza nel 1837.

Il castello passò, infine, ad Antonio Zunica, duca di Castellina, che ne sposò la nipote Luisa Riario Sforza nel 1854, acquisendo poi i titoli di Principe di Cassano di Bari e Duca di Alessano nel 1856.

Sulla struttura sono presenti diversi stemmi araldici riconosciuti come beni culturali d'interesse artistico, storico e archeologico dal Ministero della Cultura che attestano che il maniero fu interessato da ulteriori lavori: sulla torre (XVII sec.) e sull'ingresso principale dell'alloggio baronale è visibile lo stemma dei Guarino; sulla cortina quello binato degli Ayerbo d'Aragona-Guarino (XVIII sec.); sul portone principale vi è un'epigrafe ormai illeggibile sormontata dall'emblema dei Centellas (XVII sec.).

Decadenza e rinascita

La costruzione decadde nel corso dei secoli XVIII e XIX: nel 1733 è descritto come “castello murato all’intorno e con fosso e baloardi recinto … dissabitato però e in

parte diruto e cadente, dentro il qual castello è una cappella dotata d’un beneficio semplice…”, mentre, nel 1879, lo storico Giacomo Arditi attesta che, dei quattro torrioni, uno era crollato, mentre gli altri erano ancora in piedi ma ridotti male a causa degli anni e dall’erosione meteorica.

Nel 1910 il Castello fu acquistato dall’Avv. Salvatore Colella (amministratore dei beni della Principessa di Alessano e nipote del Capitano Medico Giovanni Colella) che nel 1932-33 lo adibì a manifattura tabacchi.

Nel 1981 divenne di proprietà del Comune di Acquarica del Capo che avviò una prima ristrutturazione parziale nel 1984, completata nei primi anni del XXI secolo, adibendolo a contenitore culturale.

Nelle stanze al pian terreno è possibile visitare il «Museo del Giunco palustre», originariamente allestito presso Palazzo Villani e poi trasferito presso il Castello nel 2016.

Nel cortile interno, inoltre, si può ammirare l’enorme «pila di Pompignano», riportata alla luce nel 1982 dal Prof. Carlo Stasi che ne ha raccontato la leggenda, e la Cappella «palatina» di San Francesco d'Assisi, che custodisce i resti dell'abside di una precedente chiesa (probabilmente del XII secolo, con scritte in lingua greca) inglobata nell'attuale struttura di XV secolo, nonché alcune tombe gentilizie al livello del piano di calpestio.


Fonti:

  • AA.VV. Istituto Comprensivo Statale Acquarica del Capo, "Acquarica del Capo - percorsi nel territorio e nella memoria", Editrice PrintLeader, 2001;

  • Arditi Giacomo, "La corografia fisica e storica della Provincia di Terra d'Otranto", Stabilimento Tipografico Scipione Ammirato, 1879;

  • Bianchi Vito, "Otranto 1480 - Il sultano, la strage, la conquista", Laterza, 2018

  • Brigante Antonio,

    • "Acquarica del Capo in Cammino - Linee storiche dalle origini all'Unità", Gino Bleve Editore, 2004;

    • "L'alloro sfrondato - Acquarica del Capo tra Grande Guerra e Fascismo", Edizioni Panico, 2009;

  • Cazzato Mario, "Guida ai castelli pugliesi: la provincia di Lecce", Congedo, Galatina, 1997;

  • Calò Francesco e Lia Daniele, "Viaggio nel Capo di Leuca", Associazione Salento in Volo, 2014;

  • Candita Luciano, "Un principe in difesa del suo dominio: le scelte strategiche di Giovanni Antonio Orsini del Balzo e l'incastellamento del principato", in «MEDIETAS. Collana del Centro Studi Medievali Unisalento», 3, Università del Salento, 2026;

  • Coletta Tommaso, collezione privata di cartoline d'epoca;

  • Paone Michele (a cura di), "Studi di storia pugliese in onore di Giuseppe Chiarelli" - Volume 4, Ed. M. Congedo, 1976;

  • Petracca Luciana, "Geografia feudale e poteri signorili nel Salento tardomedievale", in Eunomia - Rivista semestrale di Storia e Politica Internazionali, IX n.s., 2020;

  • Sigliuzzo Carmelo, "Acquarica del Capo e il Castello delle Meraviglie";

  • Fondazione Semeraro (galcapodileuca.it)





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